Il clic che ha rotto il silenzio

  • Il clic che ha rotto il silenzio

    Posted by christophermorrm on June 10, 2026 at 1:22 pm

    Mi chiamo Giorgio, ho cinquantuno anni e guido un taxi a Roma da più di vent’anni. Le mie giornate sono fatte di clienti sconosciuti che salgono, parlano al telefono, piangono, ridono, litigano con i fidanzati. Io ascolto tutto, ma non dico mai niente. È il mio mestiere. Fare da sfondo alla vita degli altri.

    L’altra sera, però, la vita era ferma.

    Erano le undici e mezza. Mi ero appostato alla stazione Termini, come faccio sempre quando il turno di notte non decolla. Nessuno. Neanche un turista perso. La città era bagnata, una pioggia leggera che rendeva l’asfalto lucido come uno specchio. Macchina ferma, motore spento, radio spenta. Solo io e il telefono.

    Mi piace quella solitudine, a dire il vero. Dopo vent’anni di chiacchiere altrui, il silenzio è un lusso. Ma quella sera era diverso. Era un silenzio pesante, di quelli che ti fanno pensare. Mia moglie è morta tre anni fa. Cancro. Da allora i miei figli grandi vivono per conto loro, e io mi sono ritrovato solo con le chiavi di un taxi e un conto in banca che non cresce mai.

    Per distrarmi, ho aperto un messaggio che mio figlio minore mi aveva mandato giorni prima. Diceva: “Papà, prova questo gioco. Io mi diverto quando aspetto il treno. Non ci spendere tanto, eh.” Era un link. Non l’avevo mai aperto. Quella notte l’ho fatto.

    La pagina si è caricata veloce. Colori scuri, pulsanti luminosi. Ho letto un po’ le istruzioni, ho guardato le immagini delle slot. Non ci capivo molto, ma la grafica era piacevole. Mi sono detto: “Perché no? Tanto qui non sale nessuno.” Ho cliccato sul tasto per iniziare, ho inserito la mia email e una password semplice. In meno di tre minuti ero dentro. Non sapevo nemmeno bene cosa stessi facendo, ma era tutto intuitivo. La piattaforma si chiamava vavada . Me lo segnai mentalmente, giusto per ricordarmelo.

    Avevo la carta del taxi, quella per le spese, con quaranta euro sopra. Ne ho spostati venti. “Se li perdo, ho perso una cena. Amen.”

    E ho iniziato.

    Non sapevo quale slot scegliere. Ce n’erano decine. Ho scelto una con un tema classico, frutti e sette. Roba vecchia, come piace a me. Puntate minime, venti centesimi. Facevo partire il giro, guardavo i rulli girare, poi niente. Altro giro, niente. Piano piano il saldo scendeva. Dopo dieci minuti ero a quattordici euro.

    Poi ho cambiato gioco. Ne ho scelto uno a caso, con una colonna sonora che sembrava quella dei film western. Flipper, carte da poker, un tizio con lo stetson. Non lo so. Fatto sta che al quarto giro lo schermo è esploso in una luce arancione. Il saldo è passato da quattordici a settantotto euro.

    Ho smesso. Ho guardato fuori dal finestrino. Sempre vuoto, sempre pioggia. Ho riguardato il telefono. I settantotto erano lì.

    “Ok Giorgio,” ho detto sottovoce. “Adesso incassi e chiudi.”

    Invece no.

    Ho pensato: “Che male c’è a fare ancora qualche giro? Tanto ho già vinto.” E ho continuato. Ho alzato la puntata a un euro. Il primo giro: perso. Il secondo: vinto quindici euro. Il terzo: perso. Il quarto: lo schermo ha iniziato a tremare di nuovo. Questa volta era diverso. C’erano dei moltiplicatori, dei simboli che si espandevano. Non capivo più niente, ma il numero continuava a salire.

    Settantotto, centodieci, centosessanta, duecentotrenta.

    Quando il conto ha toccato duecentottanta euro, ho messo giù il telefono sul sedile del passeggero. Ho acceso la radio. C’era una canzone vecchia, di Battisti. L’ho ascoltata in silenzio, fissando l’asfalto bagnato. Poi ho ripreso il telefono e ho premuto “incassa”. Duecentottantadue euro, per la precisione.

    Proprio in quel momento, un cliente ha bussato al vetro. Un ragazzo giovane con una valigia. “Termini? Devo andare a Trastevere.” “Sì, salga.”

    Durante il tragitto non ho detto nulla. Lui parlava al telefono. Io pensavo a quei numeri, a quella vincita. Quando l’ho lasciato, ho guardato l’orario. Mezzanotte e venti. Avrei potuto fare ancora qualche corsa, ma ho deciso di fermarmi. Ho spento il tassametro e sono andato a casa.

    Il giorno dopo ho prelevato i soldi. Duecentottantadue euro. Con quelli, senza dirlo a nessuno, ho comprato una lapide nuova per mia moglie. Quella vecchia era rovinata dal tempo. Non era urgente, ma non avevo mai avuto i soldi per cambiarla. Ora sì.

    Quando l’hanno installata, sono andato al cimitero da solo. Ho pianto un po’. Poi ho preso il telefono e ho scritto a mio figlio: “Grazie per il link. Ho vinto qualcosa.” Lui ha risposto: “Bravo papà, ma non esagerare.” Giusto, non bisogna esagerare.

    Ora ogni tanto, quando la notte è morta e nessuno sale sul taxi, apro di nuovo vavada . Carico venti euro, gioco dieci minuti, poi smetto. Qualche volta vinco una cinquantina di euro, qualche volta perdo tutto. Non importa. Perché non cerco la fortuna. Cerco solo quella sensazione, quella che ho provato quella notte alla stazione: l’adrenalina di un imprevisto in una vita che di imprevisti ne ha avuti fin troppi.

    La lapide nuova è lì. Semplice, pulita. Ogni volta che vado a trovarla, penso a quella sera. Alla pioggia sull’asfalto, a Battisti alla radio, a quei duecentottantadue euro che sono serviti a fare qualcosa di giusto. Non so se mia moglie avrebbe approvato. Forse sì. Forse avrebbe detto: “Giorgio, hai fatto bene a giocare, ma non fare lo stupido.”

    E io non lo faccio. Gioco poco, mi fermo sempre in tempo. Perché ho imparato una cosa: la vera vincita non è quando il conto sale. La vera vincita è quando puoi fermarti e dire “basta così, sono contento”. E quella notte, davanti a Termini vuota, ero contento. Come non lo ero da anni.

    E ogni volta che un cliente sale e mi chiede “come va?”, io sorrido e rispondo “bene”. Non sanno perché. Ma io sì.

    christophermorrm replied 3 months, 1 week ago 1 Member · 0 Replies
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